Oggi ritengo di poter affermare che le difficoltà diagnostico-classificatorie possano essere almeno limitate se, sottraendoci alla tentazione di una definizione oggettuale o meramente comportamentale, proviamo a collocarci in una prospettiva d’indagine che veda nella dipendenza il fattore di base unificante le diverse manifestazioni cui attribuiamo la qualifica di tossicodipendenze, e che assegni al problema in analisi una dimensione necessariamente relazionale.
È mia intenzione poter definire le tossicodipendenze come manifestazioni specifiche di “mutazioni tossiche della dipendenza” e ugualmente assegnare a
variabili e costanti difficili da individuare a mio avviso nelle sterminate forme che le tossicodipendenza possono assumere, nei differenti- mostruosi abiti che possono indossare.
È così analizzavo come variabili le sostanze o gli oggetti da cui il soggetto dipende, ciò che caratterizza la dipendenza da un oggetto come tossica, e all’interno di questa categoria inserivo fattori di natura diversa: le caratteristiche della sostanza, la frequenza d’uso, la quantità dell’assunzione (e dunque in tal senso l’abuso); segnalavo inoltre il paradosso di come sostanze oggettivamente e concretamente di natura diversa potessero assumere caratteristiche che costringessero a definire determinati rapporti con l’oggetto come tossici, o come affetti da una dipendenza tossica: il campo degli oggetti e/o delle sostanze ufficialmente tossiche veniva così a incrociare i campi della medicina (della farmacologia), dell’alimentazione (il cibo), delle bevande alcoliche (vino, superalcoloci, coktail…eccetera); il campo diveniva cosi confuso e sterminato.
Tra i fattori che qualificano una relazione d’oggetto o un rapporto con l’oggetto come è meglio dire come affetto da una dipendenza tossica suggerivo di collocare centralmente una caratteristica specifica vale a dire la necessità compulsiva del rapporto tra (l’uso dell’oggetto o del comportamento) il cosiddetto craving che poi potremmo considerare come compulsività: spinta coattiva che traduce automatismo, impellenza, urgenza improcrastinabile nell’assunzione o nella messa in atto di un determinato comportamento o dell’attivazione di un rapporto con un determinato oggetto. e a capo
Classificazioni
Classificazioni delle tossicodipendenze o criteri di classificazione delle dipendenze tossiche.
1 il primo criterio di classificazione può essere centrato sulle caratteristiche della sostanza o la frequenza d’uso della sostanza o la quantità di sostanza assunta. Occorre però precisare che tale criterio incontra già delle difficoltà nella misura in cui non sempre le caratteristiche della sostanza identificano di per sé la necessità tossica dell’uso. In altri casi sarà l’uso dell’oggetto a rendere tossico lo stesso. E quando mi riferisco all’uso dovrò ugualmente tener conto della frequenza, della quantità, del tempo dedicato, dello spazio che occupa nella mia vita e dalle modalità con cui manterrò il mio rapporto con l’oggetto.
2 un secondo criterio di classificazione potrà essere centrato sullo spazio che occupa uno specifico fattore che caratterizza il rapporto con l’oggetto e dunque non l’oggetto ma il rapporto con l’oggetto come già segnalato al punto uno. Ma qui voglio soffermarmi in particolare su uno specifico fattore quello che genericamente viene definito come compulsione e /o addiction, che contiene al suo interno l’impellenza, l’urgenza improcrastinabile, la necessità ineludibile, la coazione iterativa, la ripetizione inevitabile.
3 il terzo criterio riguarderà un’ulteriore caratteristica del rapporto con l’oggetto che ha una sua elevata correlazione con il punto due vale a dire la riduzione della tolleranza dell’attesa e la libertà di stabilire un rapporto o l’uso di un oggetto sulla base di oggettive necessità o del desiderio che lo anima e in ogni caso la contrazione della dimensione temporale a favore di una urgenza che costringe il tempo e lo rende nella sua durata intollerabile fino a tradurre l’attesa nell’assenza di una presenza concreta di un oggetto da cui dipende il proprio benessere o la propria sofferenza insopportabile.
4 Un’ulteriore criterio di valutazione o di classificazione riguarda la qualità attribuita all’oggetto , e la sua sostituibilità o meno: le possibilità o la libertà di scelta di un oggetto specifico a favore di una indifferenza dell’oggetto stesso sulla base dell’urgenza del suo uso: quantità anonima e non qualità identificata.
5 la natura del legame che evidenzia comunque una dipendenza, una irrinuncibilità?!
La compulsività ad evitare un legame che includa la dipendenza da un’altra persona o da una condizione può considerarsi al pari di una condizione di tossico-dipendenza?
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Mutazioni tossiche delle dipendenze – Dott.Lucio Sarno
Bozza!!!
Voglio precisare che si tratta di un lavoro non ancora concluso: mi scuso per la punteggiatura, per alcuni errori non corretti, per le note non ancora del tutto definite , le citazioni non sempre fedelmente punteggiate e l’assenza della bibliografia. .Il testo è dunque da considerarsi per uso interno all’Istituto e per i Partecipanti al Seminario.
Grazie. Lucio Sarno
Lucio Sarno
Mutazioni tossiche della dipendenza
Le tossicodipendenze rappresentano la sfida teorico-clinica più impegnativa per la psicopatologia, la cura psichiatrica e la psicoanalisi contemporanee.
Multiformi, di incerta e ambigua definizione, contraddittorie nelle loro evidenze cliniche risultano difficili da definire per quanto riguarda i quadri diagnostici di riferimento e la loro gravità. Si muovono infatti tra manifestazioni comportamentali ad alta diffusione sociale, da doversi definire quasi normopatiche, e un loro indossare abiti manifestatamente clinici le cui espressioni sintomatiche ritroviamo tra i disturbi di personalità, le perversioni, le psicopatie e financo per certi versi le psicosi.
La loro definizione identitaria muta attraverso i tempi, ma il mutare della loro classificazione discende anche dalla prospettiva d’indagine individuata, dalla scelta della messa a fuoco dei fattori che ne caratterizzano le manifestazioni comprese nel suo campo.
In un precedente lavoro avevo tentato di evidenziare costanti e variabili significative delle tossicodipendenze con risultati incerti e provvisori per via della difficoltà a dare coerenza ai quadri comportamentali presi in esame e ai
1 fattori in essi compresi .
1 In occasione della stesura di un precedente lavoro di parecchi anni fa il cui titolo era “il piacere tossico: tossico filie, tossicomanie, tossicodipendenze: dalla psicopatologia collettiva alla psicologia individuale” avevo proposto un’analisi variegata delle differenti eccentriche, ambigue, eterogenee forme delle dipendenze tossiche in cui intercettavo eterogenei fattori a vario titolo da considerare come
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Oggi ritengo di poter affermare che le difficoltà diagnostico-classificatorie possano essere almeno limitate se, sottraendoci alla tentazione di una definizione oggettuale o meramente comportamentale, proviamo a collocarci in una prospettiva d’indagine che veda nella dipendenza il fattore di base unificante le diverse manifestazioni cui attribuiamo la qualifica di tossicodipendenze, e che assegni al problema in analisi una dimensione necessariamente relazionale.
È mia intenzione poter definire le tossicodipendenze come manifestazioni specifiche di “mutazioni tossiche della dipendenza” e ugualmente assegnare a
variabili e costanti difficili da individuare a mio avviso nelle sterminate forme che le tossicodipendenza possono assumere, nei differenti- mostruosi abiti che possono indossare.
È così analizzavo come variabili le sostanze o gli oggetti da cui il soggetto dipende, ciò che caratterizza la dipendenza da un oggetto come tossica, e all’interno di questa categoria inserivo fattori di natura diversa: le caratteristiche della sostanza, la frequenza d’uso, la quantità dell’assunzione (e dunque in tal senso l’abuso); segnalavo inoltre il paradosso di come sostanze oggettivamente e concretamente di natura diversa potessero assumere caratteristiche che costringessero a definire determinati rapporti con l’oggetto come tossici, o come affetti da una dipendenza tossica: il campo degli oggetti e/o delle sostanze ufficialmente tossiche veniva così a incrociare i campi della medicina (della farmacologia), dell’alimentazione (il cibo), delle bevande alcoliche (vino, superalcoloci, coktail…eccetera); il campo diveniva cosi confuso e sterminato.
Tra i fattori che qualificano una relazione d’oggetto o un rapporto con l’oggetto come è meglio dire come affetto da una dipendenza tossica suggerivo di collocare centralmente una caratteristica specifica vale a dire la necessità compulsiva del rapporto tra (l’uso dell’oggetto o del comportamento) il cosiddetto craving che poi potremmo considerare come compulsività: spinta coattiva che traduce automatismo, impellenza, urgenza improcrastinabile nell’assunzione o nella messa in atto di un determinato comportamento o dell’attivazione di un rapporto con un determinato oggetto. e a capo
Classificazioni
Classificazioni delle tossicodipendenze o criteri di classificazione delle dipendenze tossiche.
1 il primo criterio di classificazione può essere centrato sulle caratteristiche della sostanza o la frequenza d’uso della sostanza o la quantità di sostanza assunta. Occorre però precisare che tale criterio incontra già delle difficoltà nella misura in cui non sempre le caratteristiche della sostanza identificano di per sé la necessità tossica dell’uso. In altri casi sarà l’uso dell’oggetto a rendere tossico lo stesso. E quando mi riferisco all’uso dovrò ugualmente tener conto della frequenza, della quantità, del tempo dedicato, dello spazio che occupa nella mia vita e dalle modalità con cui manterrò il mio rapporto con l’oggetto.
2 un secondo criterio di classificazione potrà essere centrato sullo spazio che occupa uno specifico fattore che caratterizza il rapporto con l’oggetto e dunque non l’oggetto ma il rapporto con l’oggetto come già segnalato al punto uno. Ma qui voglio soffermarmi in particolare su uno specifico fattore quello che genericamente viene definito come compulsione e /o addiction, che contiene al suo interno l’impellenza, l’urgenza improcrastinabile, la necessità ineludibile, la coazione iterativa, la ripetizione inevitabile.
3 il terzo criterio riguarderà un’ulteriore caratteristica del rapporto con l’oggetto che ha una sua elevata correlazione con il punto due vale a dire la riduzione della tolleranza dell’attesa e la libertà di stabilire un rapporto o l’uso di un oggetto sulla base di oggettive necessità o del desiderio che lo anima e in ogni caso la contrazione della dimensione temporale a favore di una urgenza che costringe il tempo e lo rende nella sua durata intollerabile fino a tradurre l’attesa nell’assenza di una presenza concreta di un oggetto da cui dipende il proprio benessere o la propria sofferenza insopportabile.
4 Un’ulteriore criterio di valutazione o di classificazione riguarda la qualità attribuita all’oggetto , e la sua sostituibilità o meno: le possibilità o la libertà di scelta di un oggetto specifico a favore di una indifferenza dell’oggetto stesso sulla base dell’urgenza del suo uso: quantità anonima e non qualità identificata.
5 la natura del legame che evidenzia comunque una dipendenza, una irrinuncibilità?!
La compulsività ad evitare un legame che includa la dipendenza da un’altra persona o da una condizione può considerarsi al pari di una condizione di tossico-dipendenza?
2
tali mutazioni i caratteri che segnano a vario titolo lo sterminato e variegato
2 campo della psicopatologia contemporanea .
Ritengo ulteriormente di poter assegnare alla sofferenza presente in tutte le
mutazioni tossiche della dipendenza un minimo comun denominatore: “la
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perditadell’evidenzanaturale” ,diunadipendenzadefinibilecomesana.
Il loro comune destino è dunque quello di rappresentare alterazioni dei fondamenti che regolano o dovrebbero regolare le relazioni di dipendenza definibili come sane.
Ma provocatoriamente mi chiedo (e vi chiedo): esiste una relazione di
dipendenza che possa definirsi sana?
Quello che è certo è che la dipendenza occupa un posto fondamentale nella condizione bio-psichica dell’essere umano; la dipendenza segna l’ingresso nella vita e le possibilità di sopravvivenza del neonato; la dipendenza accompagna lo sviluppo psicofisico del soggetto fino rendere possibili le condizioni di una sua, almeno relativa, autonomia e i segni dei confini identitari. In prima approssimazione possiamo dire che pur ritenendo che lo sviluppo
umano si muova dalla dipendenza verso l’autonomia, tuttavia non possiamo negare che la vita individuale, per la sua realizzazione, abbisogni di collocarsi sempre in un ordine relazionale che dalla coppia volge verso il gruppo familiare e poi via via comprende gruppi sempre più allargati.
Se queste elementari premesse risultano condivisibili la conseguenza, altrettanto elementare, è che senza relazioni di dipendenza “accettabili” o “sufficientemente sane” la vita individuale, comunque intesa, sia destinata a fallire miseramente nella sua realizzazione. I fallimenti (esistenziali e/o psicopatologici) dipenderanno dalle stagioni della vita e dalle modalità con cui le relazioni di dipendenza sono andate in crisi: dalla gravità di queste criticità, discenderanno le caratteristiche della sofferenza specifica nelle relazioni ( e la valenza tossica della dipendenza che le contrassegna).
La dipendenza campeggia nella storia della teoria e della clinica psicoanalitica; rappresenta il fattore ineludibile delle teorie traumatiche delle nevrosi, soprattutto delle psicopatologie non nevrotiche, e si pone come cardine per la comprensione dello sviluppo sano o patologico del soggetto: rappresenta insomma la bussola di riferimento per la comprensione del funzionamento della
2 Ritengo che le “mutazioni tossiche della dipendenza” ocupino oggi nello scenario clinico contemporaneo il posto occupato in origine dall’isteria e poi dalle variegate forme di narcisismo, che ritroviamo, con cara:eris;che peculiari, anche in svariate forme di tossico-dipendenza.
3 Wolfgang Blankenburg , La perdita dell’evidenza naturale ,(1988)
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mente e della formazione della personalità a partire dalla relazione madre- bambino.
Ma la dipendenza ha avuto una storia travagliata nel corredo delle teorie psicoanalitiche e la sua evidenza naturale ha evidenziato crepe significative in modo puntuale già nel pensiero di Freud che utilizzerò come Virgilio personale in questo travagliato viaggio attraverso la dipendenza e le sue “infernali” mutazioni tossiche.
La caduta delle illusioni
La dipendenza e la perdita dell’evidenza naturale 1:
Romain Rolland, “il sentimento oceanico” (la beatitudine fusionale) e “Un disturbo di memoria sull’Acropoli”.
“Quando poi il pomeriggio dopo l’arrivo mi trovai sull’Acropoli e abbracciai con lo sguardo il paesaggio, mi venne improvvisamente il pensiero singolare: “dunque tutto questo esiste veramente proprio come l’abbiamo imparato a scuola?!”
Per descrivere la situazione con più esattezza, la persona che faceva questo commento si distingueva assai più nettamente del solito da un’altra persona, che prendeva nota di questo commento, ed entrambe erano meravigliate anche se non della stessa cosa.
La prima si comportava come se dovesse, sotto l’impressione di un’osservazione indubitabile, credere a qualcosa la cui realtà le era apparsa dubbia fino a quel momento.
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Con un po’ di esagerazione: come se qualcuno passeggiando in Scozia sui bordi del Lochness, improvvisamente vedesse davanti a sé, arenato sulla riva il corpo del famoso mostro e si trovasse costretto ad ammettere: dunque esiste veramente il serpente acquatico al quale non abbiamo mai creduto!
L’altra persona invece era stupita a buon diritto perché non si era accorta che l’esistenza reale di Atene, dell’Acropoli e di quel paesaggio fosse mai stata messa in dubbio. Era piuttosto preparata ad un’espressione entusiasmo e di esaltazione.
Ora ci vuol poco a dire che quello strano pensiero sull’Acropoli intendesse soltanto sottolineare che vedere una cosa coi propri occhi è del tutto differente dal sentirne parlare o leggere… si potrebbe arrischiare la tesi che come ginnasiale io avevo pensato di essere convinto della realtà della città di Atene e della sua storia, ma che quell’idea venutami sull’Acropoli mostrava che a quel tempo, nel mio inconscio, non ci avevo creduto; solo ora avevo acquistato una convinzione “che giunge fino all’ inconscio”. Una spiegazione del genere ha un suono molto profondo, ma è più facile da formulare che da dimostrare ed è inoltre facilmente attaccabile sul piano teorico…
Constatare un fenomeno è naturalmente far sorgere subito un interrogativo sulla sua origine. Un’incredulità di questo tipo è palesemente un tentativo di ricusare un frammento della realtà, ma qui c’è qualcosa di strano. Non saremmo per niente stupiti se un simile tentativo si dirigesse contro un frammento di realtà che minaccia di recare dispiacere; il nostro meccanismo psichico è per così dire programmato per questo. Ma perché una tale incredulità verso qualcosa che invece promette un intenso piacere? …Secondo la testimonianza dei miei sensi mi trovo sull’Acropoli, solo che non posso crederlo. Questa incredulità, questo dubbio su un frammento della realtà subisce nella mia formulazione un duplice spostamento; innanzitutto è fatta risalire al passato, in secondo luogo è trasposta dalla mia relazione con l’Acropoli all’esistenza dell’acropoli stessa (mediata dall’insegnamento ginnasiale)… l’intera situazione psichica apparentemente confusa e difficile da descrivere , si chiarisce facilmente con l’ipotesi che allora sull’Acropoli io ebbi per un istante, o avrei potuto avere, il sentimento “ciò che vedo non è reale”. É quel che viene chiamato un sentimento di estraniazione; queste azioni sono fenomeni molto curiosi, tuttora poco compresi, vengono descritti come sensazioni ma sono evidentemente processi complicati, connessi a determinati contenuti e legati a decisioni su questi contenuti. Le estraniazioni si osservano in due forme: o è un frammento della realtà che ci appare
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estraneo, oppure una parte del nostro io. Nel secondo caso si parla di depersonalizzazione, nel primo di derealizzazione; estraniazioni e depersonalizzazioni sono intimamente connesse”.
Ed a testimonianza del comportamento difensivo che può essere messo in atto in situazioni estreme nel lavoro rintracciamo in nota la citazione del celebre lamento dei Mori di Spagna che racconta di come il re Boabdil, l’ultimo re Moro di Granada, accoglie la notizia della caduta della sua ultima fortezza, l’Alhambra a circa venti miglia da Granada, dopo un assedio, ad opera dell’esercito di Isabella di Castilla la Cattolica durato quasi un anno (dalla primavera del 1491 all’inizio del 1492). Il Re intuisce che questa perdita significa la fine del suo dominio, il crollo del suo impero, ma non vuole tenerla per vera e decide di trattare la notizia come non arriveè. Così suona la strofa: “lettere gli erano arrivate che gli dicevano (annunciavano) che Alhama (l’Alhambra) era stata espugnata, le lettere gettò nel fuoco e Il Messaggero mandò a morte”.
È importante segnalare che nel 1936 Freud ritorna per la terza volta sull’Acropoli, o meglio torna per la terza volta a riguardare un episodio sintomatico che egli stesso definisce tra estraniazione, derealizzazione e depersonalizzazione da Lui vissuto personalmente nel 1904 in occasione del viaggio compiuto in Grecia col fratello Alessandro; viaggio travagliato che coglie il suo epilogo ad Atene sull’Acropoli. Quello che mi preme qui riprendere e sottolineare è relativo al fatto che incidentalmente nel lavoro Freud si trovi in qualche modo in difficoltà a ricollocare il suo disturbo non nevrotico prossimo a definirsi tra la depersonalizzazione, l’estraneazione e la dereallizazione para- allucinatoria all’interno di un quadro nevrotico centrato sul modello pulsionale libidico ed il conflitto edipico. Come conciliare il rinnegamento che anima l’insopportabilità angosciosa del contatto con la realtà catastrofica che segna l’esperienza del re Boabdil e il suo ricusare l’appagamento del desiderio cui si trova “felicemente” esposto sull’Acropoli?
Come conciliare un disturbo non nevrotico con un’esperienza che sembra iscriversi a tutto tondo all’interno dell’appagamento del desiderio e del principio di piacere?
Freud nel lavoro compie un piccolo viaggio che attraversa la sua autobiografia, il confronto trionfale, ma conflittuale, col Padre (testimoniato dalla sua passione per l’antichità e la conquista dell’Acropoli) e lambisce il vissuto paradossale che segna in circostanze eccezionali lo stato mentale di “Coloro che soccombono al successo”.
Ma rimane irrisolta la prossimità rintracciata nella sovrapposizione paradossale della sua esperienza con quella catastrofica del Re Boabdil, segnata legittimamente (dal punto di vista psicopatologico) da una difesa delirante, basata sull’equivalenza tra il rinnegamento della realtà (attraverso la
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cancellazione delle prove della sua esistenza) e la risoluzione dell’angoscia di morte che segna la sua esperienza reale mediata dal messaggio scritto (la capitolazione dell’Alhambra) affidatogli dal Messaggero.
Insomma, nella circostanza due mediazioni di segno opposto sono prossime a subire lo stesso trattamento:
il disturbo di Freud è correlato all’originario dubbio inconsapevole che retroattivamente anima l’accoglimento dell’insegnamento ginnasiale , e la verità “felice” in esso contenuta;
la distruzione della lettera (che trascrive la catastrofe imminente) e l’uccisione del messaggero (che della lettera ) è innocente latore, servono a curare per mezzo di un’illusorietà delirante l’angoscia di morte del Re Boabdil.
Nelle due occasioni l’inaccettabilità congiunge paradossalmente due esperienze di segno opposto e mette così in discussione l’affidabiltà del mediatore e della sua funzione. Il mediatore non è più garante del principio di realtà; nè il piacere ( o presunto tale) rappresenta più lo spartiacque per la sua accettabilità (affidabilità) .
Il vissuto del soggetto del contenuto e/o della relazione con il mediatore può inquinare in forme e per cause diverse, non sempre facilmente identificabili, il principio di realtà e l’affermazione pulsionale del principio di piacere.
Nella circostanza traballa l’impalcatura di un disegno teorico-clinico che nelle
relazioni articolate ma chiare tra piacere-dolore, piacere-realtà, (frustrazione “non” realtà), stabilisce la distinzione tra la relazione di dipendenza sana e quella che appare patologica.
Ma l’inacccettabilità della verità mediata genera un ulteriore collasso: la possibilità di una separazione tra il contenuto mediato e il soggetto che ne media il rapporto con.
Una confondente ambivalente ambiguità colora adesso il legame, inquina la relazione di dipendenza e annuncia conseguenze imprevedibili per quel che riguarda la funzione del mediatore.
L’ombra dei mediatori incriminati ricade adesso sul mediatore primario e, a maggior ragione, rischia di avere conseguenze significative per quel che riguarda la funzione dell’analista come mediatore affidabile dell’oggetto inconscio del paziente che traduce esperienze traumatiche dolorosamente irrisolte. Tutto rischia di precipitare: l’oggetto, indipendentemente dalle sue qualità pulsionali, non è più separabile dal soggetto mediatore e la sua inaffidabilità prescinde dalla natura della verità (realtà) testimoniata: piacere e dolore si confondono o perdono i propri connotati distintivi dicotomici originari.
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Dunque anche la relazione analitica Paziente-Analista subisce uno scossone non indifferente per via delle scorie radioattive che inquinano la posizione dell’Analista e la sua funzione di mediazione rispetto alle verità traumatiche che segnano la vita del Paziente.
La perdita della evidenza naturale 2: la dipendenza nella relazione analitica.
Dall’ “Interpretazione dei sogni” alle “Osservazioni sulla teoria e tecnica dell’interpretazione dei sogni”
Il potere della parola nell’interpretazione ed il potere del transfert nella relazione.
La scoperta della verità e la verità indotta
La centralità del posto assegnato al sogno nel lavoro clinico è strettamente legato all’evoluzione della teoria del sogno e della sua interpretazione nel pensiero freudiano. Il cambio di prospettiva riguarda il passaggio dalla teoria dell’interpretazione contenuta nell’Interpretazione dei sogni e la sua rivisitazione in Osservazioni sulla teoria e tecnica dell’interpretazione dei sogni.
Nell’interpretazione dei sogni la centralità è affidata all’oggetto, al contenuto manifesto del sogno, a partire dal quale si rende possibile, anche attraverso la mediazione delle libere associazioni, una traduzione nel contenuto latente da cui esita la spiegazione-comprensione-risoluzione dell’enigma. La funzione interpretativa garantisce la possibilità di una traduzione che fa emergere, esplicita, chiarisce e risolve il significato del sogno.
Ma nel 1922 in “Osservazioni sulla teoria e tecnica dell’interpretazione dei sogni” Freud riguarda il problema da una diversa prospettiva: non è più il contenuto in quanto tale ad avere il suo primato ma i modi attraverso cui il contenuto viene esplicitato dallo psicoanalista e tradotto nella mente del paziente che accetta, accoglie e assorbe ciò che l’analista, in grado di
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esplicitare. Ma è qui che Freud riconsidera il problema da una prospettiva diversa: riguarda infatti l’attività interpretativa ponendosi in una prospettiva relazionale che denuncia una sua asimmetricità significativa doppia. Da tale posizione emerge l’implicita importanza del posto che occupa la dipendenza nella relazione soggetto-paziente soggetto-analista, non solo per quel che riguarda l’asimmetricità della posizione medico-paziente, ma ancor di più per la forza che imprime il transfert alla dipendenza del paziente dall’analista.
Il transfert fa sentire la sua voce nel convincimento che anima la funzione interpretativa esercitata nei confronti dei sogni del paziente.
E’ vero che ci troviamo ancora all’interno di un orizzonte clinico segnato dalla teoria delle nevrosi, dei meccanismi di difesa relativi e di un’attenzione specifica al mondo intrapsichico del paziente; ma è altrettanto vero che Freud riapra le danze inaugurate dalle criticità relative alla pratica ipnotica , per risalire fino al “magnetismo animale”, interrogandosi sul rischio d’inquinamento suggestivo che il transfert può imprimere all’interpretazione dei sogni del paziente da parte dell’analista.
In tal caso la dipendenza transferale subirebbe una sorta di inquinamento tossico prossimo a quello della suggestione ipnotica: il convincimento analitico che anima l’insight del paziente sarebbe viziato dal potere suggestivo insito nel transfert.
In questo caso la tossicità che inquina la relazione di dipendenza appare speculare ed opposta a quella prodotta dalla crisi del mediatore sull’Acropoli, ma la costante è determinata dall’ambiguità: lì le sovrapposizioni confondenti riguardano le relazioni piacere-dolore , il vissuto soggettivo del contenuto e la relazione contenitore-contenuto; qui la confusione-ambiguità riguarda la relazione tra interpretazione e suggestione, tra la interpretazione-elaborazione e il convincimento-influenzamento.
Echeggiano in modo ricorsivo anche motivi dell’onnipotenza: l’onnipotenza
delirante anti mediatore-realtà-traumatico-catastrofica (Boabdil), e
l’onnipotenza assegnata al potere di influenzamento suggestivo contenuto nel
fattore transferale che potenzia ed altera la funzione interpretativa
4 dell’Analista .
È Freud stesso a chiedersi se il transfert non contenga in sé un virus inquinante il senso della relazione e del valore-significato dell’interpretazione dell’analista relativamente ai sogni del paziente, che in quanto tali si sottraggono dunque alla sua consapevolezza. Si pone dunque il problema di quanto il potere che l’analista esercita per via del posto che occupa il transfert nella relazione paziente-terapeuta possa contenere dentro di sé scorie radioattive che hanno
4 Si tratta dell’ambiguità del transfert, del posto che il transfert occupa nella relazione tra paziente e analista e di come il transfert
conduca dentro di sé aspetti della dipendenza che possono essere estremamente rischiosi per la natura etico clinica della relazione stessa.
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il sapore rischioso della suggestione,vale a dire di un imprimatur di potere che condiziona e impone, più che suggerire, che quasi costringe inconsapevolmente il paziente, in una posizione di disarmata dipendenza transferale, ad accogliere le parole e il significato che il terapeuta assegna ai contenuti proposti dal paziente attraverso i suoi sogni.
E qui s’innesta un terzo rischio di inquinamento o perdita dell’evidenza naturale questa volta af7data alla parola.
La perdita dell’evidenza naturale 3:
La parola e il suo potere: la parola influenzamento ed il precipitare della parola in azione,
“Sul problema dell’analisi condotta da non medici” (1926)
“Fra paziente analista non accade nulla, se non che parlano fra loro. L’analista non usa strumenti, non esamina l’ammalato, non ordina medicine. L’analista riceve il malato in una data ora del giorno e lo lascia parlare, lo sta ad ascoltare poi gli parla a sua volta ed è l’ammalato che ascolta: Il volto del nostro interlocutore imparziale esprime a questo punto un certo sollievo e una certa distensione; tradisce però anche il disprezzo. E’ come se pensasse: e non c’è null’altro parole, parole e ancor sempre parole, come dice Amleto; gli viene anche alla mente l’ironico discorso di Mefistofele allo studente sull’uso che può esser fatto delle parole in quei versi che nessun tedesco può scordare5 e dice pure: “dunque si tratta di una specie di magia. Lei parla e ogni male si dilegua”. “Esatto, sarebbe magia se potesse agire più rapidamente, condizione essenziale della magia è la rapidità, si potrebbe dire la istantaneità del successo. E invece i trattamenti analitici richiedono mesi e anni: una magia così lenta perde ogni carattere meraviglioso. Del resto non dobbiamo neppur disprezzare la parola. Essa è uno strumento potente, il mezzo col quale ci comunichiamo i nostri sentimenti, la via attraverso la quale possiamo influire sul nostro prossimo. Le parole possono fare un bene indicibile e ferire nel modo
5 Goethe, Faust, Parte prima, studio, seconda scena.
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più sanguinoso. Certo in principio era l’azione (sempre citazione del Faust) e il verbo è venuto solo più tardi, e gli uomini hanno sotto un certo riguardo fatto un gran passo sulla via della civiltà quando l’azione si è attenuata in parola. Ma la parola era pure in origine un sortilegio, un atto magico ed essa ha tuttora conservato gran parte della sua antica efficienza.”
L’ ambiguità ritorna ad attraversare la parola, la relazione è la dipendenza.
Da una parte l’analisi intende proporsi come modello prototipo della relazione slow-food e di una evidenza naturale della verità terapeutica strettamente legata alla durata necessaria del trattamento, della relazione e della funzione della parola come mediatore simbolico della verità terapeutica-curativa.
Influenzare, suggestionare, far pesare nella parola l’influenza personale dell’analista va contro l’etica della tecnica psicoanalitica che pone a suo fondamento il rispetto della libertà del paziente e della sua capacità di pensare e di scegliere.
Ma dall’altra viene riaffermato il potere di una parola che agisce determinando benessere o infelicità, vita o ferite mortali.
In questo caso l’ambiguità è rappresentata dal potere assegnato ad una parola che modi7ca la sua natura comunicativo-espressiva-trasformativa ( capace di trascorrere dall’ordine emotivo-sensoriale in un ordine affettivo-simbolico) per divenire agente di pressione tale da generare confusione tra la parola e l’azione, o addirittura far precipitare la parola in azione: assumere l’abito di un’azione che costringe (l’altro) alla necessità di un agire.
E questo ci conduce ad aprire ed estendere lo sguardo dalla relazione interpersonale duale alle relazioni di gruppo.
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La perdita dell’evidenza naturale quattro: dalla relazione duale alla relazione gruppale, dall’individuo alla massa
Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921)
All’interno della massa il singolo subisce una modificazione spesso profonda della propria attività psichica. La sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce in misura considerevole, ed entrambi i processi tendono manifestatamente
6 a equipararlo agli altri individui della massa .
L’identificazione è nota alla psicoanalisi come la prima manifestazione di un legame emotivo con un’altra persona… è la più primitiva e originaria forma di legame emotivo con un oggetto… (anche se) l’identificazione è comunque ambivalente fin dall’inizio), … l’identificazione caratterizza il legame reciproco tra gli individui componenti la massa…la natura di quest’ultima identificazione è dovuta a un’importante comunanza affettiva… ci troviamo in presenza del processo che la psicologia chiama immedesimazione… la ricerca psicoanalitica si è occupata occasionalmente dei problemi piuttosto complicati di questa identificazione massiva che ritroviamo in alcune forme di psicosi ma
6 Paragrafo 4: Suggestione e libido
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in alcuni casi non risultano immediatamente accessibili alla nostra
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L’identificazione nelle masse è costituita da un certo numero di individui che
hanno messo un unico medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che
8 pertanto si sono identificati gli uni con gli altri .
I legami affettivi nella massa sono caratterizzati da: mancanza di autonomia e di iniziativa nel singolo, il coincidere della reazione del singolo con quella di tutti gli altri …, il disinibirsi dell’affettività, l’incapacità di moderarsi o di differire, la propensione a oltrepassare tutti i limiti nell’espressione del sentimento che tende a scaricarsi per intero nell’azione, la regressione dell’attività psichica, fenomeni di dipendenza… Il mistero dell’influenza suggestiva aumenta ai nostri occhi se ammettiamo che essa non viene esercitata unicamente dal capo ma
9 anche da ogni singolo su ogni altro singolo .
Il gruppo allargato ci costringe a rivedere la dipendenza relazionale come segnata da processi identificatori che riducono fino ad annullarli i confini identitari, si assiste a regressioni significative nel funzionamento mentale dell’individuo e del tradursi dei legami affettivi in agiti impulsivi ciecamente condivisi.
“Attorno al 3500 a.C. nel cimitero reale di Ur veniva seppellito il re; come è stato possibile ricostruire, grazie agli scavi eseguiti mediante gli sforzi congiunti del British Museum e del Museo dell’Università di Pennsylvania, la cerimonia comprendeva anche la processione dei notabili della corte del monarca, sino ad una fossa predisposta appositamente. Qui giunti, rivestiti dai loro abiti più sontuosi e dei più splendidi gioielli, essi ingerivano una pozione di un farmaco dai poteri narcotici, si congettura hashish, quindi, con l’accompagnamento
7 Paragrafo 7: L’identificazione
8 Paragrafo 8: Innamoramento e ipnosi
9 Paragrafo 9 :La pulsione gregaria (I legami affettivi e la massa; caratteristiche: )
comprensione…
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della musica e con tutte le persone poste al suo fondo, la fossa veniva
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completamente riempita di terra.”
.
Identificazione con il Capo, suggestione ipnotica, uso di sostanze, dipendenza tossica, e onnipotenza narcisistico-suicidaria (il piacere si sovrappone alla morte) caratterizzano il legame e l’agito di gruppo che segna il funerale del Faraone.
E tali tratti ritroviamo in manifestazioni, apparentemente innocue, che segnano il vivere “virtuale” collettivo contemporaneo in forme socialmente diffuse e condivise.
Un esempio “Non clinico” (!)
Forme contemporanee di dipendenza tossica di gruppo
Il legame influencer-followers: tra condizionamento, influenzamento, suggestione, e plagio
Il legame influencer-followers
E pensare che vi è stato un tempo in cui il potere, potenzialmente suggestivo della parola era considerato come contenente il rischio di esercizio di un abuso di potere nei confronti della volontà e della libertà di pensiero altrui; a certe condizioni tale esercizio del pensiero ricadeva negli articoli del codice penale che lo condannavano severamente sotto la voce di “plagio”. Filosofi come Socrate ne hanno pagato le spese con la condanna a morte, altri personaggi più recenti e più discutibili (come il filosofo Braibanti), hanno subito condanne e sono finiti in carcere.
Pensiamo adesso al legame influencer-followers e a come sia mutato il giudizio etico-sociale rispetto ad una relazione che assegna alla suggestione (e alla manipolazione come forma alterata di induzione alla dipendenza) un potere enorme nel campo nel campo dei comportamenti individuali e collettivi. Sdoganata ogni forma di giudizio giuridico-etico-sociale del plagio, l’influencer occupa oggi un posto naturale nel campo delle professioni di successo senza che si tenga conto di quanto agiscano nel legame tra influencer e followers
10 Bion WR , Cambiamento catastrofico – , La griglia.
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fattori che possiamo ascrivere alle mutazioni genetiche della dipendenza e che danno a questa relazione un sapore sicuramente tossico.
Oggi l’influencer può esercitare liberamente azione di plagio e per questo non
soltanto non ricevere alcuna censura di natura etico-giuridica ma su tale “capacità” può costruire un impero economico basato sul condizionamento dei comportamenti altrui. I comportamenti dei followers (da questi “liberamente” scelti) vengono fortemente contrassegnati da una dipendenza dal gusto, (sapore-valore) che altri attribuiscono a determinati prodotti sottraendo ai followers qualsiasi possibilità di libertà e di espressione autentica di una propria identità. Assistiamo al bisogno di una dipendenza tossica da qualcuno che guidi e determini le tue scelte, i tuoi gusti i tuoi acquisti, i tuoi abiti identitari e comportamentali; emerge dunque il bisogno dell’individuo di omologare il modo di essere a quello che altri scelgono in vece tua, identificandosi illusoriamente con la persona, con il modello espresso, e uniformandosi in una sorta di identità di massa al gruppo più o meno esteso di coloro, followers, che seguono lo stesso influencer.
Risulta evidente quanto sia ridotto lo spazio della libertà, della volontà intenzionale, il gusto soggettivo nella scelta di prodotti che assumono un loro valore estetico-commerciale, con ricadute sul benessere personale introdotte nel corpo-mente del consumatore sulla base del potere suggestivo e delle caratteristiche dell’influencer (caratteristiche che marcano la relazione con i followers nella promozione di un determinato prodotto, della sua qualità-utilità- necessità-piacevolezza in relazione ai gusti-non gusti, alle caratteristiche personologiche-bisogni-intensioni-volontà del follower-consumatore.
Ulteriore paradosso è costituito dal fatto che il valore del legame è dato dalla numerosità del gruppo di appartenza da cui si dipende.
Il valore avvertito dell’identità soggettiva cresce al crescere dei numeri che mi rendono identico ai tutti di riferimento in forma assolutamente anonima (tali sono le caratteristiche dell’appartenenza al gruppo).
Un’angoscia del senso di inconsistenza della propria identità e la prossimità ad un’angoscia di senso di vuoto in condizioni separative anima la necessità di aderire ad un’identità diffusa e di massa e tale appartenenza si propone come un’auto-cura.
La dipendenza dai Social precede la condizione-status di follower e traduce l’essere nell’appartenere, l’essere nell’apparire e l’apparire nell’essere come
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(tutti gli altri followers).
11 In altri casi l’essere social si tradurrà nell’apparire ; nell’esibire e nell’agire
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La dipendenza in psicoanalisi: Klein, Winnicott e Bion a confronto
La dipendenza occupa un posto fondamentale all’interno delle teorie psicoanalitiche dell’eziopatogenesi e dello sviluppo.
E la dipendenza si propone comunque come un campo minato.
In ciascuno dei modelli l’evidenza naturale di una dipendenza sana e felice smarrisce presto le possibilità di una sua definizione chiara, rassicurante ed univoca.
La frustrazione infantile determinata dall’assenza , ma anche dalla presenza(!) dell’oggetto da cui il soggetto prematuro dipende genera ipotesi causali (motivazionali) e di cura diverse.
L’invidia rappresenta il sentimento che segna la relazione con l’oggetto materno nel modello kleiniano; l’insofferenza del neonato nei confronti della dipendenza da un oggetto-soggetto, la madre, in grado di garantire sopravvivenza e benessere genera un sentimento di rabbia, di odio, che segna di ambivalenza il legame originario.
Nel modello winnicottiano tracce di questa insofferenza alla dipendenza e all’assenza rintracciamo nell’onnipotenza illusionale che regola le primissime fasi dello sviluppo e le primissime modalità con cui l’infante, a titolo preventivo, tutela la sua condizione di benessere (narcisistico) proteggendosi da una relazione frustrante con l’oggetto (per via della sua assenza) attraverso una “onnipotenza illusionale” che gli permette di poter coltivare l’illusione appunto, di poter usare l’oggetto come un’estensione protesica del sè. La caduta precoce di tale condizione di benessere dovuta alle possibili variegate
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espressioni della carenzialità funzionale dell’ambiente materno genera distorsioni relazionali e possibili fallimenti evolutivi sia sul piano funzionale che relazionale.
L’onnipotenza e le sue valenze narcisistiche fanno sentire dunque la loro voce, anche se in forma diversa, sia nel modello kleiniano della relazione madre bambino nelle primissime fasi dello sviluppo, sia nel modello winnicottiano per quel che riguarda le fasi che precedono la separazione del soggetto, o la disgiunzione da una dimensione simbiotica dell’esistenza a favore di una separatezza, di una condizione separativa di cui gli oggetti transizionali rappresentano la prima testimonianza compromissoria di accettazione della inevitabilità della separazione dall’oggetto.
Nel modello kleiniano l’invidia rappresenta dunque l’organizzatore affettivo primario che regola la relazione del neonato al seno e le caratteristiche del legame; la prevalenza e l’intensità dell’impasto pulsionale di amore e odio determina le caratteristiche del legame dell’infante con la madre e le sue possibilità evolutive : consapevolezza depressiva, accettazione della dipendenza e sentimento di gratitudine rappresentano la ricetta per un sano sviluppo del bambino .
Nel modello winnicottiano sono invece le caratteristiche “sufficientemente buone” che regolano la relazione della madre con infante a generare, favorire e caratterizzare lo sviluppo sano o meno dell’infante.
Le preconcezioni segnano nel modello bioniano l’avvio di un’attesa del seno marcata da un’implicita evidenza naturale dell’incontro che non trova però mai compiuto compimento.
E’ il vissuto soggettivo dello scarto tra l’attesa e il suo compimento, la sua realizzazione, il quantum quale di frustrazione tollerabile che marca i destini dell’incontro; speculari risultano le capacità di esercizio della funzione di reverie per determinare i destini della relazione.
L’angoscia di morte e la prematurità segnano l’ingresso nella vita, la frustrazione e il dolore caratterizzano la relazione nei suoi possibili fallimenti, il piacere e il dolore segnano il sapore (sano o patologico) del declinarsi della relazione di dipendenza e i suoi destini in relazione ai tempi e ai modi intollerabile del loro declinarsi nella relazione.
In ogni caso risulta evidente la centralità della dipendenza in ciascuno dei modelli evocati e specularmente la funzione di mediazione rispetto alla vita, alla realtà, e al benessere dell’infante assegnata al caregiver materno.
Anche all’interno del modello bioniano possiamo cogliere la centralità della dipendenza nel legame neonato-madre ma in Bion l’attenzione viene posta ugualmente sui due soggetti che intervengono nella relazione nelle primissime
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fasi dello sviluppo al punto da poter considerare la relazione madre-bambino bambino- madre come una relazione di interdipendenza.
Infatti se il neonato attraverso il pianto testimonia immediatamente all’atto della sua nascita la necessità di evacuare un’angoscia (di morte) dovuta alla sofferenza per la separatezza dall’oggetto (fonte della sua sopravvivenza e di un suo presumibile benessere) che lo fa precipitare all’interno di un universo sensoriale di cui sconosce i paradigmi, in quanto immediatamente non dotato di alcuna competenza specifica per tradurre l’ordine dell’esistenza nella sopravvivenza biologica, nell’esperienza del piacere e nell’ordine del senso; alla madre è affidato il compito di neutralizzare quell’angoscia (di morte) primitiva attraverso comportamenti adeguati (la cosiddetta funzione di reverie) in grado di soddisfare le necessità biologiche, rassicurando il soggetto rispetto alle sue possibilità di sopravvivenza, di introdurre semi dell’esperienza del piacere ed attraverso la ripetizione di idonei comportamenti tradurre nell’ordine del senso le espressioni evacuative dell’angoscia di morte che è il neonato testimonia ripetutamente attraverso il pianto.
Al contempo però la madre dipende dal neonato, dato che dalle reazioni- risposte di questi dipende il riconoscimento positivo della sua identità funzionale, della sua capacità di tutelare la sopravvivenza del suo neonato e di garantirne dunque il suo benessere.
Mentre asimmetrie accentuate regolano (e condizionano) rischiosamente la relazione di dipendenza nel modello winnicottiano e nel modello kleiniano, nel modello bioniano tali sbilanciamenti cedono il posto alla interdipendenza come fulcro della relazione B-A.
E’ importante segnalare che nel modello bioniano vengono meno i paradigmi che regolano in termini di preponderanza, ora delle caratteristiche del soggetto (neonato) che veicolano la sua relazione con l’oggetto (da cui comunque dipende), ora delle caratteristiche dell’oggetto (l’ambiente materno) da cui il soggetto dipende. Nel modello bioniano infatti l’interdipendenza segna la vita ai suoi esordi e caratterizza la relazione di dipendenza primaria come segnata dall’incertezza e dell’indefinitezza12: incertezza e parcellarietà esperienziale costringono sin dall’inizio i soggetti coinvolti nella relazione ad un esercizio di
13 continuo adattamento reciproco (al fine di realizzare un sano senso-comune) .
12 Il caso del gemello . 13
4 Dal punto di vista psicoanalitico si può utilizzare come modello la teoria secondo cui il neonato possiede una disposizione innata che corrisponde all’aspettativa di un seno.
5 Quando la pre-concezione viene messa in contatto con una realizzazione che si approssima ad essa ne risulta, sul piano mentale, una concezione. In altre parole, quando il neonato viene posto in contatto col seno la pre-concezione (l’aspettativa innata di un seno), la conoscenza a priori di un seno, (il pensiero vuoto) si combina con la consapevolezza della realizzazione ed è simultanea allo sviluppo di una concezione. Questo modello può servire a esemplificare la teoria secondo cui ogni congiunzione di una pre concezione con la
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Mutazioni tossiche della Dipendenza nelle relazioni interpersonali, nella vita sociale e nella relazione clinica (psicoanalitica)
La dipendenza nelle relazioni naturali e nella relazione clinica : M-B/A-P ovvero B-M / P-A
È inutile negare quanto il concetto di dipendenza sia trascorso in modo consapevole o meno dalla relazione madre bambino alla relazione terapeutica consentendo prossimità e analogie. Una certa ingenuità che non tiene conto oltre che delle caratteristiche della psicopatologia neppure dei semi sparsi strada facendo dalle teorie dello sviluppo e della relazione.
Ritengo che tali espliciti o impliciti trascorsi abbiano potuto generare illusioni, pregiudizi e fraintendimenti con rischi significativi sia per lo svolgimento corretto della cura psicoanalitica, della relazione terapeutica , sia per i suoi possibili sviluppi e successo in circostanze critiche (patologie gravi, pandemia da Covid…). Basterà evocare la frequenza delle sedute, la loro numerosità, il setting ed il contratto come i fattori cardine di una relazione che sollecita letture prevenute e interpretazioni predeterminate nei confronti di comportamenti del paziente che evidenziano una difficoltà di accettare la dipendenza dall’analisi e le separazioni. Ma le infinite necessità che interrogano oggi il setting e la
sua realizzazione produce una concezione. Le concezioni saranno perciò sempre collegate con un’esperienza emotiva di soddisfacimento.
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declinazione della relazione in assetti variabili (tra presenza e remoto, tra reale e virtuale) ci costringono ugualmente a riconsiderare il senso nascosto della dipendenza, le mutate condizioni e i mutati campi della dipendenza nella relazione terapeutica psicoanalitica.
Ed è giusto chiedersi se l’uso fatto fin qui della dipendenza come fattore significativo della relazione analitica nella lettura (ufficiale o meno) dei significati tradizionalmente prevalenti non contenga rischi di un addomesticamento del setting che rischia di neutralizzare i possibili fattori terapeutici specifici della relazione psicoanalitica e della sua adattabilità a situazioni nuove o a condizioni limite della vita mentale e della psicopatologia.
Come condurre le categorie che animano il funzionamento della mente e le relazioni marcate a vario titolo da dipendenza tossica all’interno di un setting, che al di là della sua fortuita e pragmatica genesi, ha nel tempo assunto come caratteristiche prototipiche quelle di una relazione in cui la regolarità, la frequenza, la durata, e la costanza sembrano voler riprodurre quelle di una sana relazione madre-bambino volta dunque a rassicurare, garantire e promuovere una riedizione sana ed evolutivo-trasformativa di una relazione andata male (distorta, incidentata, fallita)?
Stabilito che l’evidenza naturale di una relazione di dipendenza sana è difficile, se non impossibile , da rintracciare nelle relazioni reali il problema che si pone riguarda la possibilità di stabilire una relazione tra comportamenti differenti che in un modo o nell’altro rivelano la presenza di mutazioni tossiche della dipendenza e valutare poi in che modo tali declinazioni diverse delle mutazioni tossiche della dipendenza prendano forma nei diversi quadri della psicopatologia contemporanea.
Ed infine risulta lecito e ineludibile chiedersi: il setting psicoanalitico è in grado di contenere questi paradossi funzionali e relazionali e dar vita ad una relazione, comunque di dipendenza, così gravemente compromessa?
Una giovane paziente, psicologa, in formazione presso una scuola di specializzazione, intelligente, con ottimi risultati negli studi e apparentemente senza particolari problemi, evidenzia abbastanza presto una sofferenza marcata, le cui caratteristiche tuttavia assumono un aspetto inquietante nel momento in cui la ragazza apre in seduta ex abrupto il capitolo sesso. Trasferitasi a Milano dalla Sicilia per motivi di studio, rivela di non aver mai avuto rapporti sessuali durante la sua vita fino a quando a Milano ha preso, quasi all’improvviso, come lei dice, l’abitudine di consumare rapporti sessuali con giovani appena conosciuti o intercettati sui siti di incontri. Emerge durante
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una seduta come per potersi addormentare abbia bisogno di trascorrere del tempo sfogliando le immagini dei ragazzi presenti sul sito, immaginando di volta in volta chi poter scegliere per il rapporto sessuale successivo. Una sorta di complicità anima il rapporto con le amiche: una sorta di competizione ludica stabilisce il successo sulla base del tempo intercorso tra la conoscenza- incontro con un ragazzo e il portarlo a letto; la competizione riguarda anche il numero degli incontri-rapporti nel corso della stessa serata. I rapporti non prevedono necessariamente l’attrazione estetico-erotica nei confronti del partner occasionale o l’interesse per la persona e dunque la possibilità di alcuna forma di legame successivo all’incontro (se non altri incontri ugualmente consumati in fretta). I rapporti intimi devono avvenire in una sorta di silenzio siderale; deve essere evitata la presenza di qualsiasi emozione, attrazione, interesse, desiderio che non sia l’acquisizione nel proprio carniere di una nuova presenza sessuale maschile. Tali rapporti sessuali devono a tal punto restare separati dal campo degli affetti che la paziente non può e non vuole in alcun modo stabilire alcuna forma di comunicazione verbale che riguardi lo scambio relativo alla vita personale privata, ai propri interessi o all’esperienza sessuale condivisa con il ragazzo di volta in volta scelto. Al termine del rapporto consumato il ragazzo viene licenziato, o si auto licenzia, accompagnato solo dal fumo (eventualmente condiviso) sempre in silenzio di una sigaretta. Il rapporto da consumare è dettato da una improvviso bisogno che non ammette latenza temporale nel momento in cui si esprime e che rende l’impossibilità attuativa immediata segnata da un’angoscia montante , e talvolta da rabbia; del tutto intercambiabili risultano le persone , i ragazzi, che fanno parte della raccolta di potenziali partner con cui si è già avuto un rapporto, o i nuovi papabili: il rapporto avviene con il primo dei ragazzi nell’elenco che si renda disponibile immediatamente.
Cosa sopravvive in tale modalità comportamentale-relazionale di quella che siamo portati a considerare una relazione che dovrebbe includere nell’intimità sessuale del rapporto almeno fiducia, condivisione e affetto?
Cosa sopravvive in tale modalità comportamentale-relazionale delle caratteristiche che dovrebbero far da cornice ad una relazione sana in cui comunque in qualche modo la dipendenza è implicata?
Proviamo dunque ad individuare e descrivere le caratteristiche di una relazione sufficientemente sana: i confini dell’identità sono sufficientemente certi e la differenza è una ricchezza, un’opportunità; la differenza determina l’interesse ma potenzialmente include anche il conflitto; il conflitto, quando presente, non
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traduce d’abitudine l’ambivalenza; la separazione dall’oggetto (la mancanza dell’altro) può essere avvertita come dolorosa e generare sofferenza, ma la sofferenza dell’assenza percepita può essere tollerata e animare il desiderio dell’incontro rinnovato; il legame con l’oggetto realizza una scelta, pur soggettiva, ma implica rinunce e la valorizzazione della scelta: l’oggetto scelto occupa un posto privilegiato e identitariamente definito; il legame presuppone anche una durata tale da qualificarne la costanza come un valore.
Quali di queste caratteristiche ritroviamo nella sofferenza relazionale della Paziente? E quali caratteristiche dominano invece il suo scenario psico- relazionale?
Nella paziente l’angoscia del vuoto, dell’assenza risulta speculare e sovrapponibile all’angoscia della relazione.
L’angoscia del vuoto anima una compulsione sessuale, il bisogno (quasi alimentare) di un rapporto sessuale, ma la fame angosciosa di un riempimento sessuale si sovrappone ad una sorta di intolleranza alimentare nei confronti dell’oggetto-persona: il rapporto per compiersi necessita l’assenza di qualsiasi forma di interesse-legame affettivo (che di solito dovrebbe accompagnarsi all’intimità relazionale sessuale), altrimenti (la ricerca di qualsiasi forma di contatto-comunicazione, anche banale) genera fastidio, insofferenza, angoscia e rabbia (fuga).
Il bisogno , quando si manifesta, è improcrastinabile, si genera una sorta di craving, paragonabile a quello nei confronti della sostanza in condizione di astinenza , che si traduce nell’mpossibilità di tollerare i tempi e i modi di declinazione del desiderio.
Onnipotenza/dipendenza
L’eccitazione che accompagna il momento della prossimità accolta dell’incontro-rapporto proposto è quasi maniacale , quanto silentemente depressivo, è il momento del vuoto che accompagna la conclusione anonima dell’incontro.
E’ davvero particolare il modo in cui la dipendenza dall’oggetto sessuale, cosi spasmodicamente attiva, si accompagni ad un ‘assoluta mancanza di riconoscimento dell’altro ridotto esclusivamente ad anonimo mezzo, strumento di affermazione di un’onnipotenza (seduttiva) irresistibile.
Altre volte l’insopportabilià dell’oggetto, o della relazione con l’oggetto, si propone come forma estrema di un’allergia, o financo di un’intolleranza alimentare alla dipendenza primaria. Mi chiedo se non sia da ascrivere ad un’ intolleranza estrema nei confronti della relazione primaria da cui ha origine la
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vita, attraverso il concepimento e la gravidanza, e ed il suo patrimonio genetico l’inaccetabilità che riguarda l’identità biologica di genere.
Altre volte l’inaccettabilità conduce all’impossibilità di accettare la trascrizione di qualsiasi forma di identità: la fluidità sessuale assume una valenza identitaria al negativo in una sorta di costrizione a non dipendere da nessuna identità definita.
Conclusioni minime
La perdita dell’evidenza naturale di una dipendenza (potenzialmente
sana) si traduce in una collezione di paradossi psico-logici ; la coesistenza-sovrapposizione-confusione degli opposti genera configurazioni letteralmente (semanticamente) mostruose sia sul piano intrapsichico che relazionale:
Principio di piacere e principio di realtà perdono la loro consistenza distintiva, mentre piacere e dolore si confondono.
La parola perde la sua identità come funzione di simbolizzazione: il simbolico precipita nel concreto ed il concreto diviene azione.
Il bisogno occupa per intero , in modo improcrastinabile, il campo del desiderio.
La necessità prende il posto della possibilità di scelta:l’oggetto perde consistenza e identità.
Il tempo non ha il tempo di formarsi e precipita nello spazio, che a sua volta diviene un vuoto da colmare,
Si assiste ad un’intensificazione parossistica delle emozioni e ad una loro sensorializzazione .
Si assiste ad un precipitare delle emozioni-sensoriali in vissuti mancati e dei vissuti mancati in agiti.
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I legami tradiscono la loro vocazione relazionale e si svolgono tra identificazioni e controidentificazioni (queste prendono il posto della classica ambivalenza).
L’onnipotenza marca ugualmente il terreno dell’identità e delle relazioni comunque segnate dalla distruttività (etero e/o autocentrata).
La relazione d’oggetto risulta marcata da evidenze tossiche ricorrenti che proverei a raccogliere in alcune caratteristiche prevalenti:
Indifferenza oggettuale , precarietà volubile e ricorrenza obbligata, confusione tra piacere e dolore, amore e odio, irrinunciabilità e distruttività.
Basta pensare al posto che occupa oggi la difficoltà di tollerare la presenza di un legame la sua costanza, la sua unicità, la sua durata a favore di una mutevolezza infinita che sottrae possibilità di vita e di sviluppo a qualsiasi relazione; qualcosa che oscilla tra la potenziale fecondità e la propensione abortiva, tra l’unicità e la molteplicità, tra la durata e l’istantaneità, tra la potenziale consistenza della durata nell’assenza e l’intollerabilità dell’assenza,
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